Dieci anni

 

67 grammi di pane di grano duro. 315 grammi di insalata mista. Un cucchiaino d’olio, un po’ di sale rosa e 160 grammi di calamaro alla piastra, nascosto in mezzo a una ciotola piena di lattuga. Davanti a tutto questo, masticando, ho pensato che sta finendo luglio del 2016. E sono passati dieci anni esatti.
Dieci anni fa, la testa mi è marcita. Prima ero diversa, ero giovane, egoista, vorace, vanitosa, creativa. Dieci anni fa sono cambiata, mi è scattato qualcosa dentro, un pomeriggio, e nessuno ha mai saputo il perché. E c’è stato un lungo periodo di assestamento, in cui ho dovuto risintonizzarmi sulla frequenza di questa nuova me, che vede le cose in modo così diverso da come le vedevo io fino a dieci anni fa. Improvvisamente, una sconosciuta spaventata mi è entrata nella testa, ha fatto marcire tutte le mie grandi speranze e mi ha trascinata in scantinati pieni di ragnatele, in boschi pieni di rovi in cui io, dieci anni fa, non sarei mai entrata. Io puntavo i piedi, e lei tirava. Io chiudevo gli occhi e lei faceva giorno. C’è voluto del tempo per mettersi d’accordo: un’estate intera e qualche mese in più, almeno per ricominciare a dormire e mangiare a dovere. Oggi, dieci anni fa, ero magra da far schifo. Magra di una magrezza fatta di digiuni, di ore passate in bagno, ripiegata sulla tazza, di sigarette accese con mozziconi ancora rossi, di notti e giorni passati a camminare senza sosta, avanti e indietro, in un corridoio di otto metri per due. Magra di stanchezza. Ogni tanto, davanti allo specchio, ho rimpianto quei giorni in cui non mi vedevo bella, ma non tornerei mai lì, perché non era come adesso, che mi vedo grassa. Dieci anni fa era come non vedermi.
Dieci anni. Ricordo che la sera, quando in montagna mi fermavo a fumare, guardandomi i piedi davanti a un’intera valle stellata, cercavo di tranquillizzarmi dicendo che era solo un periodo, che sarebbe passato tutto. Mi davo del tempo entro il quale le cose sarebbero cambiate: dieci anni. Stavo male tutti i giorni, da settimane. Aspettavo da settimane un attimo di pace, e il tempo aveva acquistato un valore molto relativo. Aspettare dieci anni immobile, senza dormire, senza mangiare, fumando in silenzio mentre tutti dormono, mi sembrava fattibile, ragionevole. L’idea di aspettare dieci anni per poi stare bene mi dava sollievo. “Fra dieci anni, starai bene, penserai a questi momenti e ci riderai sopra.”
Ogni estate, negli ultimi nove anni, ho contato quanto tempo mancava, per arrivare a questo agosto 2016. Almeno una volta, ogni estate, mi sono fermata al buio della notte, ho alzato gli occhi al cielo e ho contato quanto tempo mancava ancora al giorno in cui ripensare a tutto questo e ridere. La verità, che dieci anni fa non capivo, è che stare bene significa non pensarci, a quei momenti, lasciarsi prendere dalla vita quotidiana, da una serie tv, da 67 grammi di pane, dalla traduzione da consegnare, da un problema, da un abbraccio. Vivere e stare bene vuol dire essere altrove, non pensarci. E sapere che, quando ci pensi, comunque non ridi un cazzo. Oggi mi accorgo di stare vivendo l’ultima estate in cui, dieci anni fa, mi sono concessa di stare male. Dalla prossima estate, dalla undicesima dopo quella fine di giugno in cui mi è marcita la testa, non avrò più scuse per non esistere. Questo periodo mi sembrava breve e rassicurante, ma anche tanto lungo, infinito. E adesso che è finito, sento che c’è un pezzo di me che resta indietro, che si ferma, che non deve e non vuole venire avanti con me. E lo accetto, anche se un po’ piango, perché ho imparato a convivere con l’idea di perdere parti di me, di non essere ciò che pensavo.

Sono passati dieci anni e io oggi sono diversa. Purtroppo, somiglio più alla sconosciuta che mi ha imprigionata dieci anni fa che alla ragazzina caotica che ero. Forse, invecchiando, quella ragazzina sarebbe sparita comunque, ma immagino che avrebbe lasciato più tracce di sé, e perderla per gradi mi avrebbe fatto soffrire meno.
La paura c’è sempre, ma non le lascio mai il timone. Quasi mai. Dopo dieci anni, credo di aver accettato quello che è successo, e di aver capito che è un evento da cui non si torna indietro, ma si può andare avanti.

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Non badare alle lacrime, non devi farci caso. Guarda altrove. Devi ascoltare quello che ho da dirti, non voglio che ti lasci distrarre dagli occhi rossi, dalle guance rigate. Io piango per qualsiasi cosa, il fatto che piango non vale.

Ascolta. Io ho capito. Piangevo ed è stata come un’epifania che mi ha aperto i polmoni, e mi è venuto da vomitare, e avrei vomitato senza paura, forse, perché mi sentivo piena, sazia di quello che ho capito.

Dieci anni fa credevo di dover vivere il dolore, di dovermici nutrire, di doverci sguazzare dentro per riuscire a liberarmene, per riuscire a decidere io cosa sarei diventata. Mi sono legata a un rovo di spine, ho infilato in bocca una spugna piena di vetri rotti, e sono rimasta seduta per terra, finché non ho avuto la forza di masticare i vetri rotti, di slogarmi le spalle e graffiarmi le braccia, e mi sono liberata. Mi sono trascinata dietro i ricordi di quella prigionia, li ho creduti veri, vivi, ma la verità era che ero già libera. Avevo deciso. Ed è stato un giorno così importante, che ne porto i segni addosso, perché ho sentito che era un momento fondamentale, qualcosa che non dovevo dimenticare. E l’ho dimenticato. Non so neanche più che giorno era.

Io volevo viverlo il dolore, avevo imparato che potevo farlo, solo che non lo sapevo, perché la gioia non ti dà il tempo di fermarti a pensare, a guardare le cicatrici con la fierezza triste del sopravvissuto. Non avevo la tristezza per capire quanto fossi forte. E quando sono caduta, ho avuto paura di non avere la forza di rialzarmi. E invece di guardarmi, di ammirare con quanta forza tremavo in quell’agosto gelido, con quanta solitudine la notte spegnevo la luce e restavo nel buio, invece di abbracciarmi, io mi odiavo. Mi sono odiata tanto da spegnermi, e poi c’è stato tutto il resto, e alla fine non vivevo più niente, e il guerriero che si era torturato per uscire dalla paura è diventato un omino spaventato, l’ombra di me stessa.

Sono stata l’ombra di me stessa. Io che sono un leone, io che ho ruggito quando non avevo più respiro per fiatare. Io che non ho bisogno di aspettare che il dolore passi da solo, io che so essere stanca, so combattere, so vivere con la paura, io che so soffrire. Ho smesso di sentire per proteggermi. Ma non ne avevo bisogno. Mi serviva una consapevolezza che non c’era, ma io adesso l’ho capito.

E oggi è importante che io pianga, perché ti giuro che non mi sentivo tanto forte da dieci anni.

Non sono alla tua altezza

Ho un cucchiaio piantato in gola. Da mesi.

Volevo scrivere di quanto desidero farti male, di quanto freddo vorrei che tu sentissi, di quanta solitudine meriteresti; volevo farlo con le parole peggiori, con fantasie sfrenate di odio e disgusto, così da dimostrarti che sbagli a pensare che io non valga niente e magari farti morire di invidia.

Ci ho provato, fra le lacrime e la rabbia, a scrivere le cose peggiori che potevo, ma non è venuto fuori nulla che fosse alla tua altezza. E per un attimo ho pensato che tu avessi ragione, che io ormai sia spenta da così tanto tempo da non riuscire più a partire, che io ormai sia così tanto diversa da non essere più me.

E invece poi ho capito che questa rabbia era verissima, che l’odio che sentivo era seduto sulla bocca del mio stomaco e chiedeva di sbranare proprio te.

Che io non sappia scriverti nulla che sia degno di quanto male dovresti provare non significa che io non valga più niente, ma solo che tu non sei mai stato la musa per me.

Quando mi sono spenta, avevi tu il telecomando.

E questo cucchiaio che ho in gola spero di vomitarlo nella tua, la prima volta che proverai a baciarmi.

La Regina

Yo te he nombrado reina.
Hay más altas que tú, más altas.
Hay más puras que tú, más puras.
Hay más bellas que tú, hay más bellas.

Pero tú eres la reina.

È venuto fuori guardando la tv; dopo settimane in cui, di nuovo, non sentivo niente, davanti alla tv di questo sabato sera innevato, ho visto il buio. È stato come l’arrivo di un conato di vomito mentre dormi, quel risveglio improvviso fatto dal terrore che tutto stia accadendo nel momento sbagliato e che, se non tieni la bocca ben chiusa, presto sputerai cena e succhi gastrici sulle lenzuola.
Ho visto il buio e ho subito cercato conforto, ma, girando la testa verso di lui, mi sono accorta che si era addormentato davanti alla tv. E sono rimasta da sola, temendo ancora di dover tenere le labbra ben serrate, per evitare di svegliarlo, per impedirmi di spruzzare in giro tutto lo schifo che così ostinatamente mi sto tenendo dentro. Da mesi.

Da mesi sono inutile: non sto più studiando, non sto lavorando, non sto costruendo una famiglia; da mesi, sono un peso. Questo è un cambiamento grosso: io non sono mai stata produttiva, non ho mai contribuito né prodotto, ma almeno facevo qualcosa che giustificasse il mio essere inutile: potevo nascondermi dietro i miei libri, i miei doveri di studentessa, la mia giovane età. E adesso sono ormai mesi che niente di tutto questo funziona più. E quando nuove idee, persone e progetti vengono a cercarmi, io parto entusiasta e poi mi nascondo in qualche scusa, mi rallento, tentenno. Metti che non funzioni. Metti il rischio di fallire.

Domani sarà passato un mese dall’ultima sigaretta che ho fumato. Quando avevo 20 anni, mi chiamavano Miss Marlboro Light, perché fumavo molto, ma anche perché ero bella. Sono pochissime le persone che sanno che questo è il mio ventinovesimo giorno senza sigarette; mia madre è stata qui per tre giorni, non si è accorta di nulla. E io non le ho detto niente. Io non dico che ho smesso di fumare, perché mi fa paura. Io sto non fumando. È una cosa diversa. Credo di averlo fatto per non essere così inutile; l’ho fatto perché il rantolo che faceva vibrare la cassa toracica mi aveva stupidamente spaventata; l’ho fatto perché forse era ora di farlo; l’ho fatto perché sono anni ormai che per lui non faccio niente. Mi piacerebbe pensare di aver appena provato a regalargli un paio d’anni in più da passare insieme. Chissà poi se sarebbe un bel regalo.
È anche per questo che sono inutile: sono la metà sessantenne di una coppia accuditiva. E non ho niente da offrire, né come donna, né come persona. Sì, ogni tanto accendo il cervello e allora, forse, ne vale la pena, ma per riuscirci devo farmi prendere a parolacce come se fossi un vecchio jukebox che parte solo se gli dai un bel calcio.

Ho studiato per anni, ho studiato di corsa per andare via da questa casa seduta su un semaforo, per scappare da questi cassetti troppo pieni, queste stanze troppo calde, questa polvere che torna troppo in fretta, queste sedie troppo scomode. In questa casa non ci sono posti comodi, e così, da mesi, noi viviamo sul letto, mangiamo sul letto, parliamo, dormiamo, leggiamo, litighiamo sul letto. Restiamo sul letto come fossimo morti. Almeno io, che sono così inutile. Se smetto di fumare, guadagnerà una settimana con me su questo letto, a fissare la tv come fossimo due amici di Maria.

Ha ragione a dire che è tutta colpa mia, ché ho così tanta paura di stare male da non essere più capace di far niente; non accetto l’ipotesi di poter stare male, di fallire, di sentire, di vomitare sulla trapunta e dover lavare tutto. Mi tengo dentro tutto, ignoro ogni cosa, serro le labbra e lascio che i succhi gastrici mi brucino in gola. Ormai non me ne accorgo neanche; non è doloroso affatto. Questo schermo ormai è indispensabile per non esistere: spegnere qualsiasi disagio, annullare ogni paura mi rende un simpatico guscio vuoto. Io che sono fatta del 70% di fifa.
Ma cosa dovrei fare? Ti sei guardata attorno? Dovrei scrivere di quanta neve è caduta oggi, come fanno tutti? Dovrei raccontare pettegolezzi? Registrare tutorial in cui mostro la mia scarsa perizia nella lavorazione delle paste polimeriche? Credi che mi importi? A te importa? Forse dovrei scrivere quello che penso, ma chissà cosa diresti.
A dirti tutta la verità, a vuotare il sacco non ci penso proprio.

Sono sempre più sola. Ho sempre meno gente attorno. Ormai fingo di star bene anche con le persone con cui, in realtà, starei bene.

Ma forse potrei trovarmi qualcosa che mi svegli. Forse impastare folletti da infilare in forno non è esattamente l’espressione più alta dello spettro emotivo che ho dentro.

Ogni giorno mi riprometto di impegnarmi ad essere una persona migliore, una fidanzata migliore, una donna migliore.
Poi mi accontento di piccole cose, e le faccio una per volta.

In questo periodo sto smettendo di fumare. È questo il mio lavoro, il mio hobby, il mio unico motivo di esistere.

Due mesi fa impastavo piccole decorazioni natalizie. Era quello il motivo per cui ero viva. Quello e nient’altro. Il multitasking non esiste. Una cosa per volta. Mettetevi in fila.

Se chiedo a lui, io resto la regina e sono perfetta così. Ma è vero solo quando non litighiamo.

In  realtà, la voglia di fumare ce l’ho ancora.

E nonostante mi implori di svegliarlo, il mio reame è ancora addormentato.

Traduttori automatici: storie d’amore e d’amicizia

Mittente: Alphonso

Ciao.
Si prega di non essere sorpreso, questa lettera non e una mailing di spam.

Ma pensa! Certo che sono proprio una malfidente!

Probabilmente sara molto sorpreso dal fatto che sto scrivendo questa lettera. Ma ieri, sono stato sorpreso, anche quando il mio indirizzo e-mail, e arrivata una lettera dichiarando d'amore, di sentimenti tra le persone. Il tema principale di questa lettera e stata la frase "Se l'amore e sarai felice." Mi piaceva questa lettera. Nella e-indirizzo di posta elettronica, ho visto il tuo indirizzo e-mail e ha deciso di scrivere a voi. Did you mean amore? Forse questa lettera – il destino? Non so come la persona che mi ha inviato questa lettera, ho trovato la mia e-mail personale. Ma penso che questo non e importante. La cosa piu importante e che ora posso scrivere una lettera.
No, aspetta Iuliya, spiegami meglio: hai ricevuto un'email da uno sconosciuto e, per tutta risposta, hai deciso di scrivere a me che non ho ancora capito chi sei? Ma fare pace col cervello no, eh? Io, più che sorpresa, sono confusa, soprattutto da questa faccenda del destino, perché, secondo me, tu hai preso una cantonata: io non sono un maschietto. Ma, più che altro, tu invece cosa sei? Secondo me non hai le idee molto chiare.

Sai, voglio sapere di piu. Ma prima, voglio raccontare un po 'su di me. Mio nome e Iuliya. Io da Rusia. Io 31. Non sono mai stato sposato e senza figli. Sono una bella, tranquilla, gentile e una ragazza socievole. Sara interessante parlare con voi e imparate voi piu vicino. Io costruire la loro comunicazione con il principale obiettivo – la creazione di rapporti seri. Relazioni senza inganni, senza giochi. Voglio trovare un uomo vero che si puo amare e rispettare me. Mi auguro che anche voi vorrebbe trovare l'amore? Io credo nelle relazioni romantiche, l'aspetto e l'eta non e la cosa principale. La cosa piu importante e che la gente sapeva di amore e rispetto per reale!
Sì, sì, certo. Anche mio cugggino topocane un giorno ha cercato una relazione seria. Devo ribadire però la mia confusione: sei sicura, Iuliya, di non stare giocando con i miei sentimenti? Dici di amarmi, ma poi mi scrivi che vuoi un uomo vero, tutto ciò che io non potrò mai essere. Io non sono più così tanto convinta che tu sia una donna e non mi sento a mio agio in questa situazione. Anche la nostra amicizia adesso è a rischio, perché sto perdendo la fiducia che avevo nel nostro rapporto e nel nostro destino. E poi, cosa c'entra Sara? Adesso devo conoscere anche lei? Ma io sono sociopatica, daaaai!

Ho come hobby e interessi diversi, tra cui – sport, cucina, lettura, musica. Di particolare interesse per me e housekeeping, pulire la casa. Mi piace sperimentare in cucina. Io amo gli animali. Io condurre uno stile di vita sano. Io non fumare o bere alcolici.
Sei noiosetta, sai? L'unica cosa che mi interessa davvero è la tua passione per le faccende domestiche; purtroppo, però, non puoi essermi utile neanche in quest'ottica da schiavista: dopo un po', tendo sempre a fraternizzare con i servi, e loro si prendono sempre la libertà di perdere tempo raccontandomi storie strappalacrime che hanno visto in tv, spacciandole per problemi della loro famiglia d'origine. E poi finiscono buttati sul divano a giocare con l'xbox. E io continuo a pagarli a ore! Capirai bene che non è una situazione accettabile.

Il mio nuovo amico, mi puoi dire su di te? Voglio sapere di piu. In queste lettere, vi diro di me piu in dettaglio. Naturalmente, vi mandero un sacco di mie foto, da cui si sapra la mia vita. Nella mia foto mostra tutti i momenti della mia vita – gioia, riflessione e anche in alcuni momenti di tristezza.
E questo nuovo amico da dove salta fuori? Io volevo un rapporto esclusivo! Sono una persona insicura e possessiva, io! Sinceramente, Iuliya, non ho neanche capito perché dovrebbe fregarmene qualcosa di conoscerti meglio. E di ricevere pesanti allegati che testimoniano quanto sei sgorbia quando piangi o che brutta cera avevi il giorno in cui ti sei presa la dissenteria. Per non parlare delle foto dei tuoi momenti di riflessione, sulla cui utilità stenderei un velo pietoso.

Non vedo l'ora di attendere per la risposta. Voglio davvero sapere di piu.
Sì, sì, guarda… tu aspettala.

La preghiamo di rispondere solo alla mia personale e-mail: iuliya@yyy.com
Se ti va, puoi sempre scrivere a GattoSecco: sono sicura che lui capirà.

Si prega di non dimenticare di me.
Il tuo nuovo amico,
Iuliya.

Non potrei mai dimenticarti, ermafrodito russo che ama fare le pulizie!
Abbi cura di te.
Meche

P.S. Scusami, Iuliya, ma ora che ci penso mi è sorto un altro dubbio: va bene che ci sei tu, va bene anche Sara, e per amor tuo chiuderò un occhio sul tuo nuovo amico… ma, adesso, chi mmmminchia è Alphonso?

Sapevatelo.

Alle 17:16 di oggi ci sarà il solstizio d'estate. Alle 18:16 di oggi, ci sarò io che ritiro la tesi di laurea specialistica in tipografia.

L'estate sta arrivando. La mia ultima estate da studentessa.

Per la prima volta nella mia vita, fra un mese sarò una disoccupata, e stamattina mi sono svegliata sorridente.

Sapevatelo.

Tesi è sinonimo di Nervosi

Aspetti per 10 lunghissimi giorni che la tua relatrice ti scriva un'email in cui dire "sì" o "no", proprio come al referendum (per il quale, non fate gli stronzi, scriverete solo "sì"), proprio come se tu le avessi fatto una domanda banalissima, una cosina da niente, da risolvere seduta in autobus, fra i plebei, rispondendo con l'iPhone, con il braccialetto Chanel che tintinna a ogni ditata sul touchscreen.

Aspetti. 10 fottutissimi giorni in cui controlli la mail ogni tre minuti. 10 giorni in cui, dopo la doccia, ti dici che è passata già mezz'ora dall'ultima volta che hai controllato, che vedrai che questa è la volta buona, sì sì.

10 giorni.

Poi, in un sabato pomeriggio di pioggia, che sembra novembre e invece è già giugno, ti arriva una sua email, e tu fremi un attimo, arrossisci e trattieni il fiato, mentre la apri, perché l'attesa ha trasformato una domandina facile facile in una sentenza della Corte d'assise. Alla fine prendi coraggio, e la leggi. E l'email che hai aspettato per 10 giorni dice:
"Ho letto la sua email, le farò sapere."

E tu inspiri profondamente e poi, incurante dell'infarto che procurerai al tuo fidanzato, che, ignaro di tutto, sta provando il 100mm che ha appena comprato, spalanchi la bocca e urli: "Ma io ti mangio il cuore!" con una voce che spaventerebbe Ozzy Osbourne e Dani Filth.

Io morirò di tesi.
Ormai si è capito.

Just for now

Era da un sacco di tempo che non sprecavo una serata così: con la musica sbagliata infilata infondo alle orecchie, con il volume così alto da farmi dimenticare dove sono, con le lacrime che colano dagli occhi e il sangue dal naso.
Non so se da questo casino riuscirò a venire fuori, non so se finirò di scrivere questa tesi, se smetterò di accudire gli adulti, se il mal di pancia se ne andrà da solo prima che qualcuno capisca perché era venuto, se ha ragione quando dice che sono il motore di una vita o quando dice che sono una catena, se voglio correre o restare, invecchiare o fingermi ferma.
Sono stanca di prendermi in giro, di cercare ogni giorno un motivo per ridere, una canzone su cui ballare, una persona con cui essere gentile senza motivo: sono tutte stronzate. Ho la bocca piena di sabbia e non ha un buon sapore. Ma nessuno vuole che tiri fuori la testa per respirare, per sputare tutte le illusioni che ho ingoiato, per dire quanto questa discesa mi sembri ripida, troppo ripida per essere facile. Alle persone che ami non piace mai sentire quanto puzza la tua paura. Le persone che ti amano non riescono ad accettare il momento in cui le afferri per il bavero e urli che sta andando tutto a puttane. La soluzione, a quel punto, è dirti che non sai sognare, che non vali niente, che sei una fifona, un'egoista o, ancora meglio, una pazza.

Ti dicono che hai bisogno d'aiuto, che li fai preoccupare.
E poi tornano a loro stessi. Tornano a chiederti di esserci, lucida, utile, sorridente.

E allora stasera va così. Non me ne frega un cazzo. Non mi importa di prendermi cura di chi doveva occuparsi di me. Non ci sono per nessuno. Fidatevi. Crescete. Mettetemi in nota spese. Date quello che vorreste. Oppure, se preferite la persona che sono adesso, quella che non riesce neanche a mandarvi tutti a cagare, puntate pure il dito: tutto quello che fate e non fate è colpa mia. Va bene. Paralizzatemi per altri cinque anni. Nutrite i miei sensi di colpa: sono seduti di là, a bocca spalancata.
Io vengo più tardi, per ora resto qui ad ascoltare la musica sbagliata, a piangere e a soffiarmi il naso troppo forte. Butto via una serata intera così: voglio avere qualcosa di cui pentirmi davvero, domani.